Archivio | ottobre, 2012

Italia vs. Europa: lo scenario formazione

17 Ott
Dallo scenario formazione analizzato nel contesto europeo e poi sul nostro territorio nazionale emergono interessanti correlazioni, che ci portano ad approfondire aspetti legati al sistema di formazione e a sviluppare le connessioni tra questi e altri indicatori sociali, economici e demografici. I primi 3 Paesi che compongono il podio rappresentano paesi non appartengono al G8, il forum dei governi delle otto principali potenze più industrializzate del mondo.
Al primo posto c’è la Danimarca con l’8%, Svezia al secondo con il 7,3% del PIL destinato a politiche in formazione e Cipro al terzo con il 7,1%. Tutti e tre i Paesi non compaiono nella lista dei primi 20 ordinati secondo il Fondo Monetario Internazionale in base al loro Prodotto Interno Lordo (PIL) nominale, cioè in base ai valori di tutti i prodotti finiti e servizi prodotti in un dato anno. Cos’altro hanno in comune? Una popolazione totale inferiore ai 10 milioni di abitanti e l’essere “marittimi”.
L’Italia è tra i Paesi europei meno performanti rispetto agli investimenti formativi, malgrado gli sbandieramenti del nostro precedente governo che, per giustificare i tagli effettuati nel settore, ha basato la propria azione di propaganda politica sugli sprechi e sui costi eccessivi delle nostre istituzioni formative. L’UIL, Unione Italiana del Lavoro, hanno smentito nel 2011 con i dati sulla formazione continua in Italia, che non hanno registrato sostanziali novità, pur presentando interessanti e diverse evidenze.
E’ il centro Italia a detenere il maggior numero di partecipazioni al sistema formativo, nella fascia di utenti dai 20 ai 29 anni, con le regioni Lazio, Abruzzo, e Umbria in testa, mentre in totale il maggior numero di utenti che partecipano alla formazione permanente tra i 25 e i 64 anni risiede in Friuli Venezia Giulia (8,2% di utenti che partecipano a percosi di apprendimento permanente), e in Umbria e Lazio, ancora presenti rispettivamente con il 7,3% e il 7,2%. Tuttavia ISFOL e CIGL suggeriscono che nel fiorente Nord-Est italico oltre 1 impresa su 3 svolge corsi di formazione ai propri dipendenti, più che nel resto d’Italia (36,2% al 2010), mentre nell’elenco delle regioni italiane per attività finanziate dedicate alla formazione continua compaiono al vertice stavolta Lombardia, Campania e Sicilia. Decisamente uno scenario complicato!
Annunci

L’investimento europeo e italiano in attività di formazione

5 Ott

Tra il 2007 e il 2013 l’UE ha investito 900 milioni di euro in attività di formazione per ottemperare agli impegni assunti nel “Processo di Lisbona” del 2000, dove ha preso forma l’ambizione di fare dell’Europa il sistema economico basato sulla conoscenza più competitivo e dinamico del mondo, in condizioni di dar luogo a una crescita sostenibile con nuovi posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.

Al 2010, il 79 % dei giovani in Europa di età compresa fra i 20 e i 24 anni risulta aver completato brillantemente l’istruzione secondaria superiore, confermando la tendenza crescente di tutta Europa a partire dal 2000. In media, occorrono 5 mesi ai laureati dell’istruzione terziaria per entrare nel mondo del lavoro, mentre ne occorrono 9,8 a chi ha una qualifica di livello più basso. (Eurostat e statistiche dei conti nazionali dati estratti nel giugno 2011).

Nella maggior parte dei paesi, l’investimento in formazione è rimasto stabile nell’ultimo decennio fino al 2008, poco prima della recessione, momento in cui si è assestato al 4,94 della spesa pubblica complessiva. In risposta alla crisi si riscontra, come tendenza positiva, un aumento dell’investimento totale annuale per studente. Negli ultimi dieci anni un numero crescente di Paesi ha introdotto anche diversi tipi di tassazione a carico degli studenti dell’istruzione terziaria, mitigati in parte da sistemi più condivisi di supporto finanziario governativo/regionale (voucher, co-finanziamenti). Le sovvenzioni e i prestiti rappresentano una delle variabili principali della spesa pubblica complessiva in formazione e incidono del 16,7%. (Eurostat 2011).

Restringendo il campo d’indagine all’Italia, la spesa in formazione si concentra maggiormente in Veneto, Trentino, Molise, Basilicata e Puglia, con investimenti in piani formativi concordati o a domanda individuale, mentre le regioni con i governi più “ignoranti” sono Campania, Sicilia e Calabria. Le principali tipologie di intervento nel settore formazione? Progetti quadro territoriali, ovvero programmi organici di formazione  in un determinato territorio e voucher individuali/aziendali per coniugare il fabbisogno formativo con le politiche di sviluppo del territorio.
La vera sfida per L’Italia sarà quella di collegare tutti gli attori coinvolti nel mondo della formazione per creare un sistema in cui gli enti, la politica e i fruitori contribuiscano a creare un processo virtuoso che va dall’analisi reale dei fabbisogni , passando per la tracciabilità dei finanziamenti fino a giungere alla valutazione degli outcome da parte degli fruitori ultimi. Intanto eviteremmo lo strapotere dell’offerta rispetto alla domanda, con una moltitudine di enti che organizzano corsi, master, corsi specialistici, executive master, master universitari, specializzazioni, aggiornamenti, e chi più ne ha più ne metta.
In uno scenario in cui le modalità di formazione on line (FAD/e-learning) iniziano a trasformare le aule in spazi digitali, alimentando forme di investimento nuove e più orientate alla conoscenza in ottica di crescita e realizzazione individuale.
Lo sviluppo della formazione continua (ragionato, analizzato sui reali fabbisogni individuali e non solo perché “lo vuole l’Europa”), potrebbe dare più flessibilità al mercato del lavoro e fornire maggiore competitività alle imprese prevenendo il rischio di obsolescenza dei ruoli professionali e recuperando le belle promesse di Lisbona, che rischiano di farsi velleitarie a causa del progressivo aumento del deficit interno dei governi, tra i quali l’Italia – manco a dirlo – risulta “protagonista”.