L’investimento europeo e italiano in attività di formazione

5 Ott

Tra il 2007 e il 2013 l’UE ha investito 900 milioni di euro in attività di formazione per ottemperare agli impegni assunti nel “Processo di Lisbona” del 2000, dove ha preso forma l’ambizione di fare dell’Europa il sistema economico basato sulla conoscenza più competitivo e dinamico del mondo, in condizioni di dar luogo a una crescita sostenibile con nuovi posti di lavoro e una maggiore coesione sociale.

Al 2010, il 79 % dei giovani in Europa di età compresa fra i 20 e i 24 anni risulta aver completato brillantemente l’istruzione secondaria superiore, confermando la tendenza crescente di tutta Europa a partire dal 2000. In media, occorrono 5 mesi ai laureati dell’istruzione terziaria per entrare nel mondo del lavoro, mentre ne occorrono 9,8 a chi ha una qualifica di livello più basso. (Eurostat e statistiche dei conti nazionali dati estratti nel giugno 2011).

Nella maggior parte dei paesi, l’investimento in formazione è rimasto stabile nell’ultimo decennio fino al 2008, poco prima della recessione, momento in cui si è assestato al 4,94 della spesa pubblica complessiva. In risposta alla crisi si riscontra, come tendenza positiva, un aumento dell’investimento totale annuale per studente. Negli ultimi dieci anni un numero crescente di Paesi ha introdotto anche diversi tipi di tassazione a carico degli studenti dell’istruzione terziaria, mitigati in parte da sistemi più condivisi di supporto finanziario governativo/regionale (voucher, co-finanziamenti). Le sovvenzioni e i prestiti rappresentano una delle variabili principali della spesa pubblica complessiva in formazione e incidono del 16,7%. (Eurostat 2011).

Restringendo il campo d’indagine all’Italia, la spesa in formazione si concentra maggiormente in Veneto, Trentino, Molise, Basilicata e Puglia, con investimenti in piani formativi concordati o a domanda individuale, mentre le regioni con i governi più “ignoranti” sono Campania, Sicilia e Calabria. Le principali tipologie di intervento nel settore formazione? Progetti quadro territoriali, ovvero programmi organici di formazione  in un determinato territorio e voucher individuali/aziendali per coniugare il fabbisogno formativo con le politiche di sviluppo del territorio.
La vera sfida per L’Italia sarà quella di collegare tutti gli attori coinvolti nel mondo della formazione per creare un sistema in cui gli enti, la politica e i fruitori contribuiscano a creare un processo virtuoso che va dall’analisi reale dei fabbisogni , passando per la tracciabilità dei finanziamenti fino a giungere alla valutazione degli outcome da parte degli fruitori ultimi. Intanto eviteremmo lo strapotere dell’offerta rispetto alla domanda, con una moltitudine di enti che organizzano corsi, master, corsi specialistici, executive master, master universitari, specializzazioni, aggiornamenti, e chi più ne ha più ne metta.
In uno scenario in cui le modalità di formazione on line (FAD/e-learning) iniziano a trasformare le aule in spazi digitali, alimentando forme di investimento nuove e più orientate alla conoscenza in ottica di crescita e realizzazione individuale.
Lo sviluppo della formazione continua (ragionato, analizzato sui reali fabbisogni individuali e non solo perché “lo vuole l’Europa”), potrebbe dare più flessibilità al mercato del lavoro e fornire maggiore competitività alle imprese prevenendo il rischio di obsolescenza dei ruoli professionali e recuperando le belle promesse di Lisbona, che rischiano di farsi velleitarie a causa del progressivo aumento del deficit interno dei governi, tra i quali l’Italia – manco a dirlo – risulta “protagonista”.
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