Archivio | marzo, 2013

A scuola con i videogame

29 Mar

Negli ultimi anni, i videogame sono stati spesso impiegati con successo nel contesto scolastico angloamericano, dove numerose ricerche (qui una delle più recenti) ne hanno dimostrato l’efficacia come metodo di apprendimento alternativo. In particolar modo, gli esperimenti fatti in classe si sono rivelati efficaci nei confronti di quegli studenti che avessero riscontrato difficoltà ad assimilare i concetti per vie tradizionali. Ma come spiegare risultati così incoraggianti? Le risposte sono almeno tre: il già dimostrato successo dell’approccio educativo ludico ; lo sprone ad una creatività già innata nell’animo infantile; l’adeguamento ad un tipo di linguaggio amato dai giovani (il 97% dei teenager americani usa abitualmente consolle digitali).

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Sono state identificate due tipologie diverse di gioco a fini educativi, la “short form” e la “long form”. La prima è stata in molti casi preferita dagli insegnanti, poiché si adatta meglio al lasso temporale limitato di una lezione scolastica. Si tratta di videogame impostati sulla struttura del quiz a premi con domande e risposte, o sulla simulazione di casistiche concrete da laboratorio matematico/scientifico. Testano, cioè, le conoscenze dello studente in modo interattivo, gratificandolo con punteggi e premi virtuali, ma sono del tutto privi di sviluppi narrativi.

Al contrario, la tipologia “long form” è quella a cui guardano con maggior interesse gli studiosi del settore. Essa comprende i videogame il cui svolgimento si estende ben al di là dei 30-50 minuti di una singola lezione, e può anzi protrarsi per intere settimane. Sono giochi per lo più multiplayer, che offrono la possibilità di caratterizzare personaggi ed inventare storie, oltre a rendere necessario cercare soluzioni ed affrontare sfide per avanzare nei livelli. Concetto, quest’ultimo, che ha molto a che vedere con l’educazione in senso puro. Esperienze simili comportano una “full immersion” virtuale che i dati  dimostrano funzionare anche meglio dei manuali canonici.

Tra gli esperimenti più recenti con i videogame long form, c’è stato l’utilizzo del popolare War of Warcraft , utilizzato negli States come applicazione allo studio di Tolkien. Il videogame è una piattaforma interattiva che consente lo sviluppo su schermo di vere e proprie storie,  oltre alla caratterizzazione dell’avatar. Applicarlo all’opera letta in classe significava  invitare gli studenti a scegliere un personaggio per ricrearlo sullo schermo, motivando ciascuna delle loro scelte. Si rendeva, cioè, necessario aver assimilato le nozioni necessarie per avanzare nel gioco. Del resto War of Warcraft era già stato utilizzato in ambito educativo sin dall’ormai lontano 2009, quando era servito a ricreare un personaggio dei Canterbury Tales di Geoffrey Chaucher. Il gioco sembra essere particolarmente apprezzato dal sistema scolastico soprattutto per la sua modalità multigiocatore, che insegna ai ragazzi a interagire e collaborare. Le sue infinite possibilità di applicazione in senso educativo sono quotidianamente studiate e discusse online. 

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La creazione di un personaggio nel gioco “War of warcraft”

I giochi long form di questo tipo, tuttavia, proprio poiché eccedono l’orario della singola lezione, faticano più dei short form ad entrare nelle classi, persino nell’avanguardistica America.
Sembrano, invece, sempre più gradite le soluzioni con videogame creati dagli studenti stessi: esiste negli States un programma nazionale che permette agli alunni di creare videogiochi basati sul programma accademico. Facendolo, non solo assimilano i concetti base, ma testano fondamentali abilità pratiche.

In Italia l’utilizzo dei videogame a fine educativo è caldeggiato su numerosi blog, in cui se ne evidenzia soprattutto l’efficacia per l’insegnamento delle lingue straniere  e nell’ambito dell‘e-learning. Nel 2009, l’iniziativa“Gioco e Imparo” di Repubblica- L’Espresso, sembrava aver iniziato a spianare la strada in tal senso: aveva riscosso un discreto successo la pubblicazione di sette volumi con allegati videogame  educativi rivolti ai bambini delle elementari. Ancor oggi, però, il videogame non riesce ad entrare del tutto nelle aule italiane, dimostrando quanto sia difficile abbattere le barriere di un sistema scolastico forse fin troppo legato alla tradizione.

Nel nostro Paese ci si concentra di più sull’insegnare i videogame che sull’insegnare con i videogame, arrivando a chiedersi se il linguaggio della programmazione non sia in fondo oggi più utile delle lingue morte in programma nei licei.

In tal senso è recentemente arrivato anche da noi CoderDojo, un movimento internazionale nato in Irlanda per insegnare a bambini e ragazzi tra i 4 e i 17 anni a programmare software.  La prima traduzione italiana del progetto è nata un anno fa a Firenze grazie al social media advisor Giuseppe Tempestini. Poi è partita Milano , oggi la struttura meglio organizzata, con un evento al mese in calendario (il prossimo sarà il 20 aprile). Sardegna e Catania hanno già un team ufficiale  e anche l’emilia romagna si sta mobilitando in questo senso.

E voi cosa ne pensate? Ritenete più utile insegnare a programmare videogame o insegnare utilizzando i videogame? Raccontatecelo!

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L’Italia e le nuove professioni digitali. Scenari a confronto.

22 Mar

Le opportunità professionali corrono sul web, soprattutto per i più giovani. Una recente ricerca condotta da Michael Page dimostra, infatti, che quello del digital e dei new media è stato uno dei pochi settori professionali ad aver visto una chiusura positiva nel 2012. La richiesta di profili specializzati è, infatti, aumentata del 20% e pare destinata a farlo di un ulteriore 25% nel corso del 2013. Non solo, ma un nuovissimo studio (Empirica, Marzo 2013), le cui cifre non sono ancora state pubblicate, indica che entro il 2015 si potrebbero creare in Europa fino a 864.000 posti di lavoro nel settore digitale (700 mila sono quelli creati solo in Italia dal 2010 a oggi secondo i dati di crescitadigitale.it,  contribuendo al 2% del PIL nazionale). Si verrebbe così a culminare un trend di crescita costante che, dall’anno 2000, è proseguito pressochè inarrestabile con un ritmo annuo medio del 4,3% e la creazione di 100.000 unità di posti di lavoro annui nell’ambito della Digital Economy.

Correlazione tra Internet e l'occupazione giovanile, da un grafico di crescitadigitale.it

Correlazione tra la diffusione di  Internet e l’occupazione giovanile, in un grafico di crescitadigitale.it

Internet inoltre migliorerebbe anche qualitativamente la produttività delle aziende, in quanto mail e social network favoriscono una più rapida circolazione delle idee, velocizzando buona parte dei processi sia logistici che comunicativi.

Tuttavia, l’Unione Europea (pacchetto per l’occupazione adottato ad Aprile 2012) denuncia un tasso di laureati e professionisti nel settore ICT decisamente inferiore al fabbisogno. Se questo gap tra domanda ed offerta non viene colmato in tempi brevi, rischia di farci perdere una delle più grosse opportunità economiche ed occupazionali degli ultimi anni. In Italia, poi, la situazione è ancora più critica rispetto alla media europea. Non solo, infatti, Internet non è ancora sufficientemente diffuso (la differenza tra accessi settimanali alla rete tra Lombardia e Sicilia è solo uno dei tanti segnali della persistenza del Digital Divide); ma gli impedimenti burocratici e la carenza di finanziamenti necessari inibiscono la creazione di nuove imprese private.

Per cercare di abbracciare uno scenario decisamente favorevole alla ripresa economica, quindi, sono estremamente necessari alcuni accorgimenti di tipo sia governativo che individuale. Innanzitutto, va incentivata la formazione universitaria: è stato dimostrato, infatti, che non solo internet aumenta l’occupazione in sé, ma lo fa tanto più quanto è più alto il livello di preparazione accademica nel settore. Ben vengano quindi interventi mirati a potenziare l’educazione nell’ambito dell’ICT e della comunicazione web. E ben vengano, anche, metodi didattici innovativi, volti a migliorare ed ampliare i sistemi educativi per come siamo abituati a conoscerli, così da offrire a sempre più persone le competenze necessarie ad inserirsi nel mondo del lavoro.

È poi auspicabile, soprattutto in Italia, una struttura dei finanziamenti che sia vicina alle necessità di impresa, con una digitalizzazione e semplificazione burocratica e fiscale che accolga le startup innovatrici in un’ecosistema a loro veramente favorevole.

Dall’Unione Europea si esorta, inoltre, ad interventi che agevolino la mobilità, così da aiutare chi è in possesso delle competenze necessarie a recarsi ovunque siano richieste; l’omologazione della certificazione delle proprie qualità e attività professionali in qualunque Stato membro; e la sensibilizzazione, perchè ogni cittadino sappia che il settore digitale offre reali e concrete possibilità di carriera.

Quanto ai nuovi profili professionali maggiormente richiesti nell’ambito del web, essi sembrano non essere più legati ai suoi aspetti prettamente tecnici come programmazione o web design, quanto ai contenuti e alla pubblicità. Il già citato Osservatorio sul Lavoro di Michael Page ne stila un elenco:

professioni

web marketing manager (responsabile della pubblicità, delle promozioni, delle sponsorizzazioni e delle partnership strategiche, nonché coordinatore delle campagne sui media online)

online project manager (punto di riferimento per i diversi reparti aziendali coinvolti nello sviluppo di un progetto)

online strategic planner (responsabile della pianificazione di campagne di advertising online)

community manager (responsabile delle comunità virtuali presenti in rete. Gestisce le presenze sui social network, le mailing list, i forum di discussione, i newsgroup e le chat. Il suo compito è fondamentalmente quello di attrarre gli utenti, facendo crescere la community)

publisher manager (gestore dei siti aziendali)

chief technology officer (manager di primo livello con il compito di monitorare, valutare, selezionare e suggerire al consiglio direttivo le tecnologie da applicare ai prodotti o ai servizi offerti da un’azienda)

Lavorate nel settore digitale o vi piacerebbe farlo? Se sì, quale ruolo vorreste ricoprire? Raccontatecelo!

Le grandi donne italiane della formazione

8 Mar

In occasione dell’8 Marzo, abbiamo scelto di omaggiare le donne ricordando alcune delle grandi figure femminili che hanno contribuito ad accrescere e migliorare il nostro capitale intellettuale ed il panorama della formazione. Auguri a tutte le nostre lettrici!

Maria Montessori (1870-1952) ha rivoluzionato il mondo della formazione, dando vita ad un nuovo modello scolastico la cui validità non è mai tramontata. Il metodo educativo da lei fondato è attualmente praticato in circa 20.000 scuole in tutto il mondo, al servizio dei bambini dalla nascita fino al compimento della maggiore età. Tra le innovazioni per cui le siamo debitrici, l’introduzione delle classi di età mista, l’incoraggiamento del bambino a prendere decisioni autonome, e il concetto di “learning by doing”, l’apprendimento mediante l’utilizzo di oggetti e azioni concrete piuttosto che con la classica lezione frontale.

Maria Montessori

“Il più grande segno di successo per un insegnante è poter dire:
I bambini stanno lavorando come se io non esistessi”

Rita Levi Montalcini (1909-2012), neurologa italiana recentemente scomparsa, scoprì ed identificò il fattore di accrescimento della fibra nervosa oNGF, che nel 1986 le valse il Premio Nobel per la medicina. Oltre ai numerosi altri premi di cui è stata insignita nel corso della sua lunga vita, è stata la prima donna ad essere ammessa alla Pontificia Accademia delle Scienze e nel 2001 fu nominata senatrice a vita per aver reso onore alla Patria con gli alti meriti ottenuti in campo scientifico e sociale.

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“Dico ai giovani: non pensate a voi stessi, pensate agli altri.
Pensate al futuro che vi aspetta, pensate a quello che potete fare,
e non temete niente.”  

Le sorelle Agazzi, all’anagrafe Rosa e Carolina, sono considerate un punto di riferimento per il mondo della pedagogia. Datato all’inizio del XX secolo e fondamentale per la concezione moderna della scuola materna, il metodo educativo da loro fondato inaugura – assieme a quello montessoriano – l’era dell’”attivismo” italiano, mettendo per la prima volta al centro dell’apprendimento l’esperienza e la spontaneità del bambino.

“Non si arriva allo spirito infantile se non passando per le vie dei sensi.” 

Tina Anselmi (Castelfranco Veneto, 1927) , formatasi come insegnante nella scuola elementare e successivamente dirigente del sindacato delle maestre, divenne nel 1976 la prima donna italiana a ricoprire la carica di ministro della Repubblica. E’ inoltre tra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale.

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 “Capii allora che per cambiare il mondo bisognava esserci.” 

Margherita Hack (Firenze, 1922) è una delle figure più prestigiose e limpide del mondo scientifico italiano, da sempre in prima fila per i diritti delle donne e per la laicità dello Stato. Membro delle più prestigiose società fisiche ed astrofisiche del mondo ha ottenuto, mediante un’intensa opera di promozione, che la comunità astronomica italiana espandesse la sua attività nell’utilizzo di vari satelliti, giungendo ad un livello di rinomanza internazionale.

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“Il progresso della conoscenza avviene perché noi possiamo basarci
sul lavoro dei grandi geni che ci hanno preceduto.” 

Grazia Deledda (1871-1936) scrittrice italiana sin dalle prime opere molto apprezzata a livello mondiale, nel 1926 fu insignita del Premio Nobel per la Letteratura, grazie alla sua “ispirazione idealistica, scritta con raffigurazioni di plastica chiarezza della vita della sua isola nativa, con profonda comprensione degli umani problemi” .

           “Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta  sconsigliatelo fermamente.
Se continua minacciatelo di diseredarlo.
Oltre queste prove, se resiste, cominciate a ringraziare Dio
di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.” 

E voi, chi aggiungereste al nostro elenco? Quali grandi donne italiane della Storia vi sono d’ispirazione? Raccontatecelo in un commento! 

I viaggi di formazione: un trend in crescita

1 Mar

Entro il 2020, la quota globale di viaggi giovanili di formazione risulterà raddoppiata. E, con essa, anche i ricavi delle industrie connesse. Le previsioni, che arrivano dalla compagnia americana Student Marketing , sono il frutto di rilevazioni provenienti da molteplici realtà del mondo del turismo e della mobilità studentesca internazionale. Viene definito “viaggio giovanile” qualunque tipo di escursione indipendente realizzata da un individuo di età compresa tra i quindici e i trent’anni, motivato non dalla banale ricerca di svago, ma dall’intento di allargare i propri orizzonti educativi, linguistici o professionali. Sono pertanto ascrivibili a questa categoria le gite scolastiche, i campus estivi, le borse di studio LLP Erasmus o Leonardo, le esperienze lavorative all’estero, i viaggi studio organizzati per apprendere o migliorare una lingua straniera, il Volontariato Europeo, gli intercambi culturali, il backpacking e qualsivoglia progetto di Youth Travel Accomodation.

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Soltanto nell’ultimo anno la totalità di questi spostamenti è risultata pari a 207 milioni, venendo a costituire un 20% dell’intero turismo globale. Percentuale che si prevede possa salire fino al 25% in un prossimo futuro. Ben il 40% di tali viaggi è stato inoltre di stampo educativo, confermando la crescita pressoché inarrestabile di un trend che non sembra risentire neanche della crisi economica e che, negli Stati Uniti d’America, appare decisamente trainato dall’educazione secondaria (28,8%).

I dati evidenziano parimenti una crescita senza precedenti del business degli ostelli e Hotel Low Budget, che ha superato quello degli hotel convenzionali, raddoppiando il volume dei ricavi negli ultimi 5 anni. Un dato sorprendente è  quello secondo cui Internet, negli Stati Uniti, non risulta essere molto usato per l’effettiva prenotazione di viaggi e alloggi. acunninghamromegroupcoliseum La rete è fondamentale, secondo gli intervistati, al momento di scegliere la destinazione, e utilissima per i social content che forniscono recensioni e consigli sulle mete. Gli statunitensi, tuttavia, per l’acquisto finale preferiscono ancora affidarsi ai Tour Operator, che di fatto stanno già potenziando la loro offerta per le scuole e per i viaggi di formazione in genere.

Quanto ai trend di comportamento, il giovane viaggiatore tende ad una permanenza nel luogo di arrivo maggiore di  quella di un normale turista: il suo viaggio dura in media 53 giorni circa. Spende inoltre più denaro, e per lo più a beneficio del commercio locale. Per quanto riguarda le località prescelte dai giovani per la propria esperienza formativa all’estero, ecco una top ten 2013 : Uk, Canada e Australia conquistano le prime tre preferenze a livello mondiale, seguite da Olanda e Singapore. L’Italia guadagna un sesto posto nella graduatoria globale, seguono Nuova Zelanda, Francia e USA, con la Germania in ultima posizione.

E in Italia, qual è la situazione? Forma vi propone un questionario con alcune semplici domande che ci aiuteranno a capirlo. Come e quanto viaggiate o avete viaggiato per lavoro o per esigenze di formazione? Raccontatecelo!